
Tutte noi abbiamo nostalgia per quella che sentiamo essere la nostra natura, la natura selvaggia.
Ricordiamo sicuramente, l’anatroccolo fugge dopo essere stato torturato senza pietà.
Poi ha un approccio con i paperi e rischia di essere ucciso dai cacciatori. Viene scacciato dalla capanna e dalla fattoria, e alla fine, esausto, rabbrividisce dal freddo in riva al lago.
Tra di noi, non c’è donna che non conosca quel ch’egli prova. Eppure è questa nostalgia che ci induce a resistere, ad andare avanti, sorrette dalla speranza.
Anche se ne abbiamo soltanto sentito parlare, o abbiamo soltanto sognato un meraviglioso mondo selvaggio a cui un tempo appartenevamo, se non l’abbiamo mai raggiunto o l’abbiamo soltanto sfiorato, la sua memoria è un faro che ci guida là dove resteremo per tutta la vita.
Il brutto anatroccolo è scosso da un desiderio ardente e intelligente quando vede i cigni che volano alti, e la memoria di quella visione lo sostiene.
La lupa, per quanto malata, in difficoltà, sola, spaventata o indebolita, continua. Cammina a grandi balzi anche se ha una zampa rotta, raggiunge il branco per trovare protezione. Strenuamente si trascina, come l’anatroccolo, da un luogo all’altro, fino a trovare un buon posto, per guarire e rifiorire. Dopo tanti tristezze, giunge ora per loro la parte più importante della storia: arriva la primavera, nasce una nuova vita, torna il tempo di riprovare.
Se necessario, le donne dipingono cieli azzurri sui muri della prigione. Se le matasse bruciano, ne filano altre. Se il raccolto viene distrutto, subito si rimettono a seminare. Le donne mettono porte dove non ce ne sono, e le spalancano e le varcano, verso una vita nuova.
La cosa più importante è resistere, insistere, per la vita creativa, la solitudine, il futuro e la vita stessa, perché questa è la promessa della natura selvaggia: dopo l’inverno viene sempre la primavera.
Non cediamo. Troviamo la nostra strada…Alla fine del racconto, i cigni riconoscono nell’anatroccolo uno di loro, prima ancora ch’egli se ne accorga.
E’ tipico delle donne in esilio. Dopo tanto difficile vagare, riescono a superare la frontiera e a entrare nel territorio familiare, e spesso per un po’ non si accorgono che gli altri non le lanciano più occhiate sprezzanti, e sono spesso neutrali, quando non mostrano addirittura approvazione e ammirazione.
Ora che si trovano sul loro territorio psichico, dovrebbero delirare per la felicità, e invece no. Almeno un po’ restano terribilmente diffidenti. Davvero sono al sicuro? Davvero non mi scacceranno? Posso davvero dormire tranquilla?…Poi i sospetti cadono, e inizia la fase del ritorno a se stesse: l’accettazione della propria bellezza unica, cioè dell’anima selvaggia di cui siamo fatte.
Forse, l’incapacità di una donna di accettare un complimento sincero dà la misura di quanta parte della vita ha passato come brutto anatroccolo. Se può attribuirsi alla modestia o alla timidezza, più spesso un complimento viene accolto con grande imbarazzo…
Questo è dunque il lavoro finale della donna in esilio che si ritrova: non solo accettare la propria individualità, l’identità specifica, ma anche accettare la propria bellezza…la forma della propria anima e il fatto che il vivere accanto a quella creatura selvaggia trasforma noi e tutto quanto tocca.
La nostra bellezza selvaggia, se la accettiamo, si pone in prospettiva, e non ne siamo più acutamente consapevoli, ma neanche la abbandoniamo o la ripudiamo.
La lupa sa forse quanto è bella mentre salta? O la gatta sa la bellezza delle sue forme quando sta seduta? L’uccello è meravigliato dal suono che ode quando sbatte le ali?…Come le creature, siamo: ecco tutto, ed è giusto così.



alcuni passi tratti da “donne che corrono coi lupi”,
un libro molto bello di Clarissa Pinkola Estés, che descrive il mito della Donna Selvaggia.
Va bene per tutti, uomini e donne.
Consigliato alle donne che si ritrovano e ricominciano a correre.
Consigliato agli uomini che osano correre con le donne che corrono coi lupi.
E’ consigliato anche ai lupi?
… e allora oserò anche io…
STARE
dentro la propria NATURA è averne coscienza anche del rispetto che le si deve,a cominciare da se stessi! Ciao Barbie,Bianca 2007
E stare nella natura è anche stare dentro noi stessi…
bentornata, evviva alla tua natura così profonda e viscerale
Mayra
Bellissimo post, pieno di carica ed energia!!!
Il libro non l’ho letto, ma ne ho sentito parlare molto bene…
un pò mi servirebbe, visto che ho spesso paura di correre!
Ciao Barbie, sei tornata alla carica
mmmm mi mancavano i tuoi post…ciao barbie, un abbraccione.
@ offender: certo, anche ai lupi mannari
bentornata anche a te qui, sei sempre benvenuta
@ Andrea: bravo Andrea, osa anche tu!!!
@ fulvia: il rispetto di se stessi prima di tutto cara. Ciao Bianca
@ Fabioletterario: o forse stare dentro noi stessi è stare dentro la natura?…
@ mayraglouis: la sento forte la mia natura forte e viscerale
@ francesca: grazie fra, sono tornata carica si, e ricorda, correre fa bene, soprattutto al cuore
@ maxanima: a me mancavano i tuoi commenti max, un abbraccio
Ho questo libro.
Me lo “impose” una donna dallo sguardo fiero e penetrante. Mi guardò e mi disse: “quello è il tuo libro”
Ammetto però, di non averlo ancora letto.
Quanti messaggi ci sono nelle favole. e poi c’è sempre una certa positività e il lieto fine, che incoraggia. Nei periodi che leggevo le favole e guardavo i cartono lo sai che ero più ottomista ? ciao cara
L’avevo letto…leggo sempre i tuoi post…solo che non sapevo cosa commentare..chissà quando e se tornerò a correre io…chissà anzi se ho mai corso….